ARTICOLO n. 102 / 2026
DENTRO E ATTORNO A “NAZA”
NAZA, nel lessico militare israeliano, significa «danni collaterali». Yuval Abraham e Rachel Szor, già co-registi del premio Oscar No Other Land, ne fanno il titolo di un documentario d’inchiesta nel quale la precisione del dettaglio diventa il principale strumento di indagine. Senza mai indulgere in quella feticizzazione della sofferenza che troppo spesso accompagna la rappresentazione dell’altro. La costruzione narrativa è essenziale e spoglia, come dovrebbe essere lo sguardo di chi vuole denunciare un sistema, piuttosto che suscitare una commozione di facile consumo. Al centro ci sono ventiquattro testimonianze anonime di soldati e membri dell’intelligence israeliana, filmati di notte sui tetti di Tel Aviv. La città che ha costruito la propria immagine internazionale come liberale, epicurea e progressista diventa l’epicentro narrativo della catastrofe in corso a Gaza. Tel Aviv porta ancora inscritti nella propria geografia i villaggi palestinesi distrutti nel 1948, le terre espropriate, i profughi e i loro discendenti in attesa del ritorno. Abraham e Szor mostrano che l’ingranaggio della guerra non comincia ai margini più estremi della società israeliana, ma nel suo cuore politico.
«Se non l’avessi fatto io, lo avrebbe fatto qualcun altro»: è il filo rosso che attraversa le testimonianze. Essere parte di un ingranaggio, eseguire il proprio compito, separare la responsabilità individuale dalla funzione svolta sono questioni che rimandano inevitabilmente al celebre resoconto di Hannah Arendt sul processo del criminale nazista Adolf Eichmann a Gerusalemme. Il processo fortemente voluto da David Ben-Gurion e definito da Idith Zertal il suo «ultimo grande progetto nazionale» (Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, Einaudi, 2007) rappresentò un passaggio decisivo nella costruzione della memoria pubblica israeliana: la Shoah, fino ad allora rimasta ai margini del discorso nazionale, iniziò a essere inscritta nella necessità della sovranità ebraica e nella funzione protettiva del nuovo Stato di fronte alla possibilità di una nuova catastrofe.
Come può uno Stato che ha inscritto la propria legittimità nel lascito della Shoah, facendo del «mai più» uno dei cardini della propria autorappresentazione, essere oggi accusato di genocidio? È tra gli interrogativi che attraversano l’ultimo saggio di Omer Bartov, Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio: la sconfitta morale di Israele (Laterza, 2026), e che, soprattutto negli ultimi anni, anima il dibattito pubblico su Israele e Palestina, dalle piattaforme digitali agli ambienti accademici e politici. Bartov chiama in causa l’intreccio tra una memoria della Shoah trasformata in dispositivo politico, un persistente senso di accerchiamento e decenni di occupazione militare che hanno relegato i palestinesi a una condizione, nelle sue parole, di vera e propria «morte sociale». Del resto, l’esperienza della persecuzione non immunizza una collettività dalla possibilità di esercitare, a sua volta, violenza e dominio su altri. La storia postcoloniale offre numerosi esempi di Stati che, dopo essersi emancipati dal dominio coloniale, hanno riprodotto forme di oppressione nei confronti di altre popolazioni: si pensi, pur nelle profonde differenze tra i due contesti, all’India di Narendra Modi nel Kashmir o al Marocco di Mohammed VI nel Sahara Occidentale. Sono questioni che ho cercato di affrontare anche nel mio saggio All’ombra della Shoah. Decolonizzazione e politiche della memoria (Fandango, 2026), interrogando il rapporto tra la costruzione delle memorie collettive e la legittimazione della violenza nel presente.
Muoverei da qui, dalle immagini che si depositano nella mente e finiscono per sovrapporsi, per formulare alcune domande alle quali potrò offrire soltanto risposte parziali.
Perché, di fronte a NAZA, il pensiero ritorna così immediatamente alla Shoah? Perché Auschwitz, e non, per esempio, il genocidio dei Tutsi in Ruanda o quello degli Herero e dei Nama in Namibia? Quali effetti produce questa persistente centralità della Shoah nel modo in cui interpretiamo la catastrofe palestinese? E che cosa si perde quando la comparazione storica viene confusa con l’equiparazione?
Una prima riflessione potrebbe riguardare il posto che la Shoah ha progressivamente assunto nella memoria occidentale, fino a diventare il paradigma morale attraverso cui vengono letti il genocidio, la violenza di massa e il male politico. Questo regime memoriale, dalle origini politiche precise, si è consolidato soprattutto dopo la fine della Guerra fredda, quando l’Europa cercava una memoria comune capace di accompagnare la costruzione di un nuovo ordine politico e morale. La Shoah divenne così una sorta di fondamento negativo dell’identità europea, il passato dal quale trarre il lessico dei diritti umani, dell’antirazzismo e del «mai più». Ma questo canone non fu semplicemente prodotto dalle sue vittime; furono le istituzioni europee a definirne le forme, i linguaggi e le funzioni pubbliche. La moltiplicazione di musei, giornate commemorative, programmi educativi e rituali pubblici non ne ha sempre preservato la capacità critica. La celebrazione della Shoah ha potuto convivere con la rimozione delle responsabilità europee: dell’antisemitismo di Stato, del razzismo coloniale, delle collaborazioni e delle complicità nazionali. La memoria della Shoah, sottratta al contesto storico e politico che ha permesso lo sterminio, è diventata anche uno spazio di deresponsabilizzazione.
È un rischio che riguarda oggi anche la memoria palestinese: che alla denuncia della distruzione di Gaza e delle responsabilità dello Stato di Israele segua una memoria altrettanto solenne quanto incapace di interrogare le condizioni politiche e materiali che l’hanno resa possibile. Tra il 2021 e il 2025, secondo il SIPRI, il 68 per cento delle importazioni israeliane di grandi sistemi d’arma proveniva dagli Stati Uniti e il 31 per cento dalla Germania; nel 2025 l’Unione Europea restava inoltre il principale partner commerciale di Israele. Il nesso è anche storico. La questione palestinese si inscrive nella lunga storia europea della «questione ebraica»: segregazione, antisemitismo e sterminio appartengono alla storia dell’Europa che ha poi contribuito a trasferirne in Palestina parte dei costi politici. È la giuntura colta da Mahmoud Darwish quando osserva provocatoriamente che «l’interesse per la questione palestinese deriva da quello per la questione ebraica», e da Edward Said quando definisce i palestinesi «le vittime delle vittime».
Valentina Pisanty (Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, 2012) ha individuato tre dispositivi retorici ricorrenti nel discorso pubblico sulla Shoah – negazione, banalizzazione e sacralizzazione – apparentemente contrapposti ma capaci di alimentarsi a vicenda. La sacralizzazione sottrae la Shoah alla serie degli eventi storici e la colloca in una dimensione separata, indisponibile alla comparazione; la banalizzazione compie il movimento opposto, cancellandone le specificità fino a ridurla a misura indistinta di ogni male; e il negazionismo trae alimento da questa oscillazione. Nel caso della Nakba palestinese – che oggi trova la sua manifestazione più estrema tra le macerie di Gaza – il richiamo alla Shoah occupa uno spazio simbolico preciso. Shoah e Nakba si sono incontrate storicamente e materialmente nella formazione dello Stato di Israele e nella pulizia etnica della popolazione palestinese che l’ha accompagnata. Da questo intreccio non discende, tuttavia, che la Shoah rappresenti il termine storico più prossimo per comprendere la Nakba. La distruzione coloniale degli Herero e dei Nama, per esempio, apre altre genealogie comparative più pertinenti per pensare insieme espulsione e annientamento sociale. Eppure, è attorno alla memoria della Shoah che si concentra gran parte del capitale morale attraverso cui viene riconosciuta e nominata la violenza genocidaria che colpisce i palestinesi.
«A Gaza non c’è Auschwitz. Ma si tratta comunque di genocidio», hanno scritto Amos Goldberg e Daniel Blatman in un editoriale pubblicato su Haaretz il 30 gennaio del 2025. Gaza non deve essere Auschwitz perché la sua distruzione possa essere pensata e giudicata nei propri termini. Fare della tragedia ebraica il criterio ultimo attraverso cui rendere intelligibile ogni catastrofe successiva rischia, da un lato, di svuotare la Shoah della sua specificità, trasformandola in una metafora indistinta del male, e dall’altro, di condannare le altre vittime della modernità a essere leggibili soltanto come riflesso della traiettoria ebraica, anziché come soggetti di una storia propria. Il confronto storico, del resto, non implica un’equiparazione. «L’Olocausto e la Nakba non sono immagini speculari», ricorda Elias Khoury, nella prefazione del volume curato da Amos Goldberg e Bashir Bashir, Olocausto e Nakba. Narrazioni tra storia e trauma (Zikkaron, 2023). La loro relazione non risiede nell’identità degli eventi, ma nella possibilità di interrogarli insieme senza cancellarne le differenti genealogie. Come ha sottolineato Masha Gessen in una intervista per Democracy Now il 15 dicembre del 2023 «per imparare dalla storia dobbiamo comparare», precisando poi su Süddeutsche Zeitung che «comparare non significa equiparare, ma, al contrario, mettere in evidenza le differenze». Sottrarre la Shoah al confronto storico significa, in ultima istanza, sottrarla alla storia; ricollocarla nella lunga storia del Novecento significa invece preservarne la specificità senza separarla dal mondo che l’ha prodotta. Il compito non dovrebbe essere dunque stabilire quale memoria debba occupare lo spazio pubblico, ma tentare di costruire uno spazio «multidirezionale», per riprendere Michael Rothberg (Multidirectional Memory: Remembering the Holocaust in the Age of Decolonization, Stanford University Press, 2009), nel quale storie differenti possano entrare in relazione senza essere assimilate, gerarchizzate o costrette a contendersi il riconoscimento.
Da queste considerazioni emerge un’altra questione: le molteplici reazioni suscitate da NAZA.
Un primo nucleo proviene dall’interno della società israeliana, dove i registi Yuval Abraham e Rachel Szor sono stati accusati di tradimento e di aver costruito un’inchiesta fondata su menzogne e falsificazioni; il ministro della Cultura Miki Zohar ha invocato la revoca della loro cittadinanza, mentre Benjamin Netanyahu ha annunciato misure severe contro chi, nelle sue parole, «diffama» i soldati israeliani. Manifestanti si sono radunati davanti alla casa dei genitori di Szor, invocando punizioni contro i «traditori», «alleati di Hamas» e «kapò» mentre giornalisti della destra israeliana hanno chiesto che i due fossero «perseguiti» e impediti dal rientrare nel paese. Nel merito delle accuse di falsificazione, si tratta di una strategia di delegittimazione ricorrente nei confronti di chi denuncia la violenza israeliana a Gaza. La distruzione della Striscia è stata documentata quotidianamente dagli stessi palestinesi, attraverso immagini e testimonianze che chiunque abbia voluto vedere ha potuto vedere. NAZA non rivela dunque una realtà fino ad allora sconosciuta, ma contribuisce a ricostruire dall’interno i meccanismi che l’hanno resa possibile. Il documentario si inserisce, del resto, in un lavoro investigativo avviato ben prima della sua uscita, attraverso le inchieste condotte da Yuval Abraham per +972 Magazine e Local Call, alcune pubblicate in collaborazione con The Guardian, sui sistemi di selezione dei bersagli, sull’impiego dell’intelligenza artificiale e sui criteri con cui vengono autorizzati attacchi pur prevedendo un elevato numero di vittime civili. Le accuse di tradimento e le minacce di revoca della cittadinanza si inseriscono invece in un clima di crescente ostilità verso il dissenso, particolarmente accentuato dopo il 7 ottobre 2023. Non dovrebbe stupire che NAZA abbia toccato un nervo tanto scoperto. Il film entra nel cuore del sistema israeliano, là dove l’esercito costituisce uno dei principali dispositivi di rappresentazione nazionale, cosicché metterne in discussione l’operato significa andare ben oltre la critica a una singola campagna militare. E neppure il ricorso all’immaginario nazista (evocato nell’accusa di «kapò» rivolta ad Abraham e Szor) è estraneo alla storia politica israeliana. Celebre è la frase pronunciata da Menachem Begin nel 1982, alla vigilia dell’invasione del Libano: «l’alternativa è Treblinka» e «abbiamo deciso che non ci saranno altre Treblinka». Nel 1995, durante le mobilitazioni contro gli accordi di Oslo, lo stesso Yitzhak Rabin, allora primo ministro, venne raffigurato dai suoi oppositori in uniforme delle SS, poche settimane prima del suo assassinio. La sovrapposizione tra avversario politico (principalmente arabo e palestinese) e figura nazista ha dunque una lunga storia anche nella politica israeliana.
Alla campagna contro Abraham e Szor si è però opposta una parte consistente della società civile: quarantatré organizzazioni israeliane per i diritti umani – tra cui B’Tselem, Adalah, Breaking the Silence, Peace Now e Physicians for Human Rights Israel – hanno condannato le minacce e chiesto che né i registi né le loro fonti fossero perseguiti; oltre 1.500 professionisti del cinema israeliani hanno firmato un appello in loro difesa e anche l’Unione dei giornalisti israeliani ha denunciato pubblicamente le intimidazioni. Il film ha raccolto sostegno anche da diverse voci palestinesi. Il giornalista Mohammad Zraiy, ne ha sottolineato l’importanza e ha scritto che NAZA dimostra la possibilità di «una lotta ebraico-palestinese» inscritta in un progetto di liberazione decoloniale. L’analista politico Muhammad Shehada, ha sostenuto che il film «coglie perfettamente» la distinzione tra una guerra in cui i civili muoiono in numero sproporzionato e una violenza nella quale la popolazione civile stessa diventa l’obiettivo. La scrittrice Ayat Abou Shmeiss, che ha dichiarato di non aver visto il documentario e di non volerlo vedere, dopo aver perso diversi membri della propria famiglia in un bombardamento israeliano a Gaza, l’ha comunque definito «un atto coraggioso» e ha sottolineato come le testimonianze militari siano voci alle quali lei, «in quanto palestinese», difficilmente avrebbe potuto avere accesso. Questi apprezzamenti si accompagnano, tuttavia, alla consapevolezza che il valore dell’inchiesta non cancella le profonde asimmetrie tra israeliani e palestinesi, né la gerarchia che continua a determinare quali voci siano considerate credibili e degne di ascolto. Come osserva Mohamed Adib, non basta che la verità venga raccontata; conta anche chi è autorizzato a raccontarla, e il rischio è che la testimonianza palestinese resti nella penombra del giornalismo occidentale, mentre la parola israeliana acquista immediatamente uno statuto di prova.
Un secondo nucleo di contestazioni, meno immediato per chi non segue da vicino il dibattito su Israele e Palestina, proviene da ambienti politici e culturali assai eterogenei, dalle reti internazionali di solidarietà con la Palestina agli ambienti intellettuali anticoloniali e postcoloniali, soprattutto nelle loro articolazioni occidentali. Le critiche investono tanto l’inchiesta giornalistica quanto i suoi autori, Yuval Abraham e Rachel Szor, ai quali vengono contestati i venticinque minuti di applausi ricevuti a Venezia per aver raccontato ciò che i palestinesi denunciano da anni; la scelta di garantire l’anonimato a persone coinvolte nell’apparato militare israeliano; il rischio di trasformare la sofferenza di Gaza in una resa dei conti morale interna alla società israeliana; e la visibilità e il capitale simbolico che ne ricaverebbero, a partire da una tragedia che non li colpisce direttamente; e, infine, l’accusa di «normalizzazione», fondata sull’idea che, in quanto israeliani, sarebbero «coloni» e dunque «collaborazionisti» – collaborazionisti di chi, non è chiaro: dello stesso Stato di Israele che li ha accusati di tradimento e i cui esponenti di governo hanno invocato contro di loro la revoca della cittadinanza?
Come precedentemente argomentato, le critiche alla gerarchia internazionale della credibilità colgono un punto reale: è indubbio che le rivelazioni provenienti dall’apparato israeliano ricevono un’attenzione diversa da quella riservata alle testimonianze palestinesi. Si pensi alla risonanza suscitata da NAZA, mentre nelle stesse settimane arrivava nelle sale italiane Palestine 36 della regista palestinese Annemarie Jacir e alla Mostra di Venezia veniva presentato Citizen Osama del regista palestinese Ahmed Hassouna, impossibilitato a lasciare Gaza per assistere alla première del suo stesso lavoro. È probabile che molti lettori incontrino qui per la prima volta i titoli di queste due opere. E tuttavia, le condizioni diseguali di riconoscimento difficilmente possono essere imputate ai due registi; semmai dicono qualcosa dello sguardo occidentale e dei criteri attraverso cui continua a distribuire la legittimità. Come ha scritto Karim Rmadi:
«[…] non ho alcun dubbio sulla sincerità di Yuval Abraham e Rachel Szor, […] ma c’è un altro aspetto che mi preoccupa: cosa sta facendo il mondo culturale occidentale con questo film […] questa ovazione racconta anche qualcosa di noi… o meglio, di loro […] perché consente una narrazione molto più comoda: certo, Israele ha commesso l’orrore, ma guardate, esiste anche un altro Israele. Quello che dubita, che si pente, che denuncia, che possiede ancora una coscienza morale. Ed è quell’Israele che si può applaudire per venticinque minuti. Il problema, ovviamente, non è che esista. Per fortuna esiste. Il problema è il modo in cui una parte del mondo culturale e delle istituzioni occidentali può usare questa autocritica come una via d’uscita morale. Per anni, le voci palestinesi e quelle di chi le sosteneva sono state sospettate, marginalizzate, chiamate a sfumare, a contestualizzare, a non usare mai certe parole. E il contrasto resta impressionante».
Sarebbe altresì riduttivo sostenere che oggi i palestinesi siano semplicemente privi di voce. Nel 1986 Edward Said (After the Last Sky. Palestinian Lives, 1986) poteva ancora scrivere con un velo di amarezza: «Non abbiamo nessun Einstein conosciuto, nessuno Chagall, nessun Freud o Rubinstein a proteggerci». Quarant’anni dopo, il contesto è mutato: giornalisti, scrittori, registi, artisti e attivisti palestinesi hanno raggiunto pubblici globali, mentre la Palestina occupa ormai stabilmente festival, università, piazze e dibattito pubblico internazionale. Sarebbe limitante anche leggere NAZA esclusivamente come un’inchiesta sulla catastrofe in corso a Gaza. NAZA ricostruisce i meccanismi che hanno reso possibile la distruzione di Gaza, ma mostra anche come tecnologie presentate come strumenti di sicurezza possano trasformarsi in infrastrutture ordinarie di sorveglianza e repressione, secondo dinamiche che travalicano il contesto israeliano e si ritrovano in numerosi altri regimi autoritari. Del resto, la violenza di massa moderna non è soltanto opera di chi uccide direttamente, ma anche di chi la pianifica e amministra: burocrati e tecnocrati che non hanno necessariamente il volto del fanatico, ma quello, assai più ordinario, di persone istruite, socialmente rispettabili, perfettamente integrate nella società. L’anonimato delle fonti, d’altra parte, è una pratica essenziale del giornalismo investigativo, senza la quale molte testimonianze non potrebbero neppure emergere. La scelta di proteggere l’identità di persone potenzialmente coinvolte in crimini solleva certamente interrogativi sulla responsabilità individuale, ma non può essere confusa con la volontà di garantirne l’impunità. È stato, del resto, lo stesso Yuval Abraham a ribadire, dal palco della Mostra di Venezia, la necessità di perseguire i crimini documentati, sollecitando inoltre pressioni internazionali e sanzioni economiche contro Israele. Quanto alla critica secondo cui la sofferenza di Gaza finirebbe per diventare il terreno di una resa dei conti morale interna alla società israeliana, occorre chiarire un punto: Abraham e Szor non sono le vittime primarie della violenza che documentano, né pretendono di esserlo. Ne denunciano piuttosto i meccanismi, assumendosi la responsabilità morale e politica di contrastarla. Non è, il loro, anche un tentativo di sottrarsi a quella logica di disumanizzazione descritta da Frantz Fanon ne I dannati della terra (Einaudi, 2007), che si abbatte anzitutto sul colonizzato ma investe anche il colonizzatore, nella misura in cui è chiamato a negare l’umanità dell’altro?
Resta l’accusa di normalizzazione e collaborazionismo. Per affrontarla è utile tornare a Edward Said. Nel 1998, durante una conferenza a Oxford, Said raccontò di essere stato accusato da una studentessa di normalizzazione per aver sostenuto la necessità di conoscere la storia ebraica. La studentessa gli chiedeva, in sostanza, se una «non normalizzazione» fondata sull’ignoranza non fosse il modo più coerente di opporsi a uno Stato che negava l’autodeterminazione palestinese. «Devo confessare che l’idea non mi era mai venuta in mente, neppure durante quei lunghi anni in cui Israele era impensabile nel mondo arabo», scrive Said:
«[…] invece di attaccare Israele su ogni fronte sarebbe più intelligente collaborare con i settori che all’interno del paese sono schierati per i diritti civili e umani e si oppongono alla politica degli insediamenti, con coloro che sono disposti a prendere posizione contro l’occupazione militare, che credono nella coesistenza e nell’uguaglianza e sono disgustati della repressione dei palestinesi […]. Quando scambiamo per vera resistenza certi gesti di sfida puerili, quando decidiamo che l’ignoranza totale è un atto politico (in realtà non lo è affatto), è chiaro che stiamo perdendo il rispetto di noi stessi» (Edward Said, La pace possibile, Il Saggiatore, 2023).
Il nodo posto da Said riguarda la possibilità di distinguere tra identità e posizionamento politico: la categoria di normalizzazione perde capacità analitica quando l’identità di chi parla diventa sufficiente, da sola, a determinarne il significato politico; occorre invece interrogare i rapporti di forza, individuare le fratture all’interno della società dominante e valutare la funzione concreta delle alleanze. Nello stesso passaggio, Said torna sulla questione a proposito delle campagne contro la traduzione in ebraico di opere della letteratura araba, accusate di favorire la normalizzazione con Israele. «Come è possibile che una traduzione in ebraico sia un atto di collaborazionismo?», si domanda, osservando come «per un autore essere tradotto in una lingua straniera è sempre e comunque una vittoria». E solleva una contraddizione difficilmente eludibile: perché di fronte alle campagne tanto vigorose contro la pubblicazione di un libro in ebraico non corrispondono mobilitazioni altrettanto intense contro i rapporti economici intrattenuti dai governi arabi con Israele o contro le condizioni «inaccettabili e miserabili» in cui, «senza eccezioni» versano i profughi palestinesi presenti in tutti i paesi arabi? In Né coloni né nativi. Lo Stato-nazione e le sue minoranze permanenti (Meltemi, 2023), Mahmood Mamdani invita a interrogare le categorie stesse di «colono» e «nativo», non come identità naturali e immutabili, ma come identità politiche prodotte e istituzionalizzate dal dominio coloniale. La decolonizzazione non può dunque limitarsi a rovesciare la gerarchia tra colonizzatori e colonizzati, ma deve mettere in discussione le strutture politiche che trasformano queste appartenenze in condizioni permanenti di privilegio o subordinazione. È una questione che attraversa la storia delle lotte anticoloniali e antirazziste, e che vale la pena di scrutinare proprio a partire dalle alleanze che seppero oltrepassare le appartenenze essenziali imposte dai sistemi che combattevano.
Nel 1964 Nelson Mandela dichiarò di avere combattuto contro la dominazione bianca come contro quella nera e indicò come proprio ideale una società nella quale «tutte le persone» potessero vivere con pari opportunità; nel febbraio 1990, si rivolse esplicitamente ai «compatrioti bianchi», invitandoli a partecipare alla costruzione del nuovo Sudafrica; nel discorso inaugurale del 1994 tornò ancora su quel «tutti», parlando di una società nella quale «tutti i sudafricani, neri e bianchi» potessero vivere senza paura e con pari dignità. La coalizione anti-apartheid comprese persone collocate, per origine, dalla parte privilegiata dell’ordine razziale: Ruth First, giornalista e militante ebrea sudafricana, partecipò all’ANC e al Partito comunista e venne assassinata nel 1982 da una lettera-bomba inviata dai servizi sudafricani; Joe Slovo, anch’egli ebreo e immigrato dalla Lituania, fu tra i dirigenti dell’ala armata dell’ANC; Denis Goldberg, figlio di ebrei di origine lituana, fu l’unica persona bianca tra gli imputati condannati all’ergastolo nel processo di Rivonia nel 1964; Bram Fischer, proveniente invece da una delle famiglie afrikaner più eminenti del paese, si schierò al fianco di Mandela e fu a sua volta condannato all’ergastolo.
In un saggio pubblicato su Al Majalla lo scrittore Samer Abou Hawwash, a partire dalle accuse di normalizzazione rivolte contro Yuval Abraham e Rachel Szor, richiama il ruolo di quanti, dall’interno delle società colonizzatrici, hanno contribuito a denunciare i crimini del proprio Stato. Durante la guerra d’Algeria, ricorda, alcuni dei contributi più importanti alla denuncia della tortura e della repressione coloniale francese provennero dall’interno della stessa società francese. Henri Alleg pubblicò nel 1958 La Question, testimonianza delle torture subite per mano dei paracadutisti francesi; nello stesso anno Pierre Vidal-Naquet pubblicò L’Affaire Audin, smontando la versione ufficiale sulla scomparsa del matematico comunista Maurice Audin e dedicando poi una parte importante del proprio lavoro alla documentazione della tortura praticata dall’esercito francese. Nel 1960 fu pubblicato il Manifesto dei 121, firmato, tra gli altri, da Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e Marguerite Duras.
Ecco. Ora tentiamo di porre la questione in termini meno astratti. Il fatto che Ruth First fosse nata dalla parte privilegiate della linea del colore basta forse a ridurla alla sola categoria di «colona», prescindendo dalla sua militanza contro l’apartheid e dal prezzo che pagò per essa? E che cosa comporta, del resto, questa definizione? Che in quanto «colona» non potesse essere parte, con pari diritti, della società per la cui liberazione aveva lottato? Il lavoro di Vidal-Naquet dovrebbe essere considerato una forma di normalizzazione della Francia coloniale perché proveniva da un intellettuale francese? La denuncia di Sartre perdeva forza perché formulata nella lingua e nello spazio pubblico della potenza coloniale? L’esistenza di Alleg, Jeanson o de Beauvoir trasformava la Francia in una società meno coloniale, oppure contribuiva precisamente a rendere più difficile occultare ciò che la Francia faceva in Algeria?
È indubbio che le reazioni suscitate dalla violenza genocida inflitta ai palestinesi di Gaza siano sincere, ma per quanto profonde e laceranti, non possono costituire una licenza per rinunciare al rigore critico e alla responsabilità morale.
In una recente intervista al podcast Shu Kaman?, Rashid Khalidi, riprendendo la riflessione del già citato Mahmood Mamdani, torna sulle categorie di «colono» e «nativo», ricordando come gli Stati Uniti siano il prodotto di un progetto coloniale d’insediamento e come egli stesso, essendo palestinese, possa essere considerato un colono rispetto alle popolazioni indigene del territorio statunitense. Riconoscere il carattere coloniale del progetto sionista è indispensabile per comprenderne la storia, osserva, ma non comporta ignorare che nel corso delle generazioni si sia costituita una collettività israeliana con una propria identità, la cui esistenza non può essere semplicemente cancellata riportando indietro l’orologio della storia. Khalidi pone dunque di fronte ad una scelta: rimanere una piccola minoranza inefficace, composta da persone che condividono le medesime posizioni, oppure costruire una strategia che unisca interlocutori in disaccordo su alcune questioni, ma capaci di riconoscersi in obiettivi concreti. Il cambiamento, insiste, non si produce per la sola intensità della rabbia, ma anche attraverso un lavoro politico paziente, organizzato e continuativo, che richiede di confrontarsi con persone dalle quali ci separano divergenze. Quante energie si disperdono in dispute sulla purezza delle appartenenze e sulla coerenza dei singoli, a scapito di questioni politiche più urgenti? E con quali criteri vengono formulate e applicate queste accuse? Come tradurre la mobilitazione internazionale in un mutamento concreto dei rapporti di forza? E, soprattutto, quale futuro politico vogliamo immaginare: uno fondato sull’uguaglianza sostanziale e su un orizzonte universalista, oppure uno che riproduca, sotto altre forme, logiche di esclusione e appartenenze settarie? Credo siano questioni sulle quali sia necessario confrontarsi, assumendoci – e assumendomi – il rischio di sbagliare in un’analisi ancora in fase embrionale e, soprattutto, la responsabilità di riconoscere gli errori e rimettere in discussione i propri assunti.