ARTICOLO n. 62 / 2026
DENTRO IL BUIO
tutto quello che abbiamo ballato
Il sound system, il buio fisico, i corpi vicini. Le sostanze. La stanchezza che non è sonno. Le facce al mattino. La comunità per frizione. Foucault e le eterotopie. Il patto con il buio. La seconda parte di un viaggio nel buio che eravamo, qui la prima.
C’era stato luglio, il 2001 e c’era stata Genova. E dopo Genova non sapevi bene dove mettere le mani. Lo Stato ci aveva dimostrato che non eravamo nei suoi piani e che probabilmente non ci saremmo stati mai. Avevi vent’anni o quasi e il mondo aveva appena finito di spiegarti dove stavi nella gerarchia delle cose che contano.
La città fa quello che fanno le città, trita e mastica chi ha un posto, e ignora chi non ce l’ha. Non sapevamo dare un nome a questa cosa ma sentivamo perfettamente la sprezzante e stomachevole sensazione di essere fuori dalle mappe delle preoccupazioni collettive, quel non essere nei pensieri di nessuno. Ad alcuni più di altri faceva un male specifico difficile da mettere in parola, la mimesi delle case in cui eravamo nati e cresciuti.
La vita aveva il suo ritmo e ci si adeguava, una progressione stanca in cui i sogni erano distanti. Il poco lavoro, quasi sempre precario, gli stessi tragitti e la stessa monotona attesa che qualcosa, a un certo punto, cambiasse.
Di quegli anni ricordo la grammatica della sopravvivenza mandata a memoria e di come il desiderio fosse un dolore sordo e permanente. Crescevamo con il rumore di fondo di chi ha imparato a non chiedere ciò che costa troppo, in città che sembravano non dormire mai del tutto. Sapere e non potere è una ferita, lavarla con il sale della lucidità qualcosa di estraneo a quelli che erano i nostri paesaggi interiori.
La techno batteva lo stesso ritmo di quella vita, un colpo ogni quarto di battuta, identica a se stessa per ore. Solo che quella non ti schiacciava. Era una casa con le porte sempre aperte, un abbraccio in cui era facile scomparire. Il basso ti investiva appena entravi – così nei sottoscala come nei capannoni dismessi – attraverso migliaia di watt e dentro spazi che mica erano stati progettati per accoglierti, ma che sapevano contenerti meglio di qualsiasi posto che ci avesse provato davvero.
Quello che ti muoveva non aveva nome, e forse era meglio così. Una sospensione dal peso specifico di esistere in modo leggibile. Fuori da lì c’era un ordine che ti classificava, avevi un posto, un ruolo e una maledetta immagine di te che non avevi scelto e che portavi addosso comunque, sempre, l’etichetta della maglia che ti sega il collo e non puoi strappare via.
Dentro, i corpi erano vicini per bisogno, sganciati dalle distanze di sicurezze che di solito rendono tollerabile la prossimità. Si toccavano sconosciuti senza cerimonie, si cedeva spazio e lo si riprendeva, si ballava per ore con persone di cui non si sapeva niente e non si voleva sapere niente, perché il fulcro era esattamente questo: che dentro il buio l’identità era una parola vuota. Quello che contava era il corpo collettivo che si muoveva, quanto reggeva e se capiva il momento in cui il suono cambiava.
La stanchezza che arrivava alle cinque, alle sette – quella che non è sonno ma che disgrega invece di pesare – ti toglieva strati uno per uno finché restava qualcosa di più essenziale. Non saprei dire cosa, ma lo riconoscevi negli altri: volti che avevano mollato qualcosa, specchi che non stavano più interpretando niente.
Non ci si conosceva. Spesso non ci si parlava. Si condivideva il buio in condizioni che richiedevano attenzione reciproca – farsi spazio, tenersi, spostarsi, ritornare – e quella attenzione, esercitata per ore, costruiva qualcosa che riconoscevi talvolta al mattino. Quando la luce entrava e la musica finiva ci si guardava con la faccia di chi lo ha attraversato, il buio, e che per questo non lo saprebbe raccontare.
L’Italia di quegli anni aveva già scelto. Berlusconi aveva vinto due volte, il centrosinistra si era consumato nell’opposizione. Genova era ancora fresca come una cicatrice che non smette di prudere in una giornata di maltempo. Una generazione intera si era trovata con una desolazione che non sapeva dove mettere dopo che i movimenti si erano sfaldati, in centri sociali che faticavano a tenere per chi riusciva ancora a credere che bastassero. Per molti, la notte era rimasta l’unico contenitore che non perdeva o l’unico posto che non chiedesse di scegliere da che parte stare. Respiravamo musica scarna e urgente in un modo che adesso fatico a ritrovare.
Nell’aria girava di tutto, Prodigy, Chemical Brothers, quella techno che usciva dai club e arrivava alle radio e ai festival. Talvolta, si snaturava nei film e nelle pubblicità. Quello che inseguivamo era altrove, più in basso del livello dove la vita appariva accettabile. Techno tedesca che si sedimentava in cantine di Milano e Torino, in locali nei quartieri che la speculazione non aveva ancora ingoiato o digerito. Posti costruiti da collettivi che mettevano i soldi insieme e non guadagnavano niente. La porta era una tenda, o un varco in un muro, o semplicemente il punto in cui il buio cambiava consistenza. Si suonava spesso di schiena, perché chi lo faceva non era lì per guardare o esser guardata, arrivava per dissolversi nel suono e quando un set prendeva la direzione giusta la stanza diventava un organismo unicellulare che finalmente respirava.
Per qualche ora il vuoto e le cicatrici personali restavano fuori dalla porta.
I matinée finivano quando i tram già passavano da ore, lasciando cocci sparsi, gran parte dei quali invisibili. Le case di sconosciuti diventavano familiari nel tempo di una notte, divani e pavimenti e la luce del mattino che entrava storta. Una certa forza gravitazionale ti permetteva di sapere che il venerdì dopo, o il sabato, o quello ancora, ci si sarebbe ritrovati perché quel posto era l’unico in cui eravamo interi in modo riconoscibile.
Ci tenevamo per non perderci dentro noi stessi.
Forse è ancora questa la definizione più aderente alla parola comunità che conosco, non l’appartenere ma il tenersi, ché tanto prima o poi qualcuno cade e qualcuno raccoglie.
A volte mi chiedo cosa cercassimo davvero. Non la musica, o non solo. Penso piuttosto cercassimo il sollievo temporaneo di esistere in uno spazio che non ci chiedeva niente, che non ci catalogava e che non ci restituiva costantemente un’immagine di noi stessi da dover gestire. Fuori da quei posti c’era tutto il resto: i lavori di merda, la famiglia, la città che ti guarda e ti valuta, la sensazione cronica di non essere mai davvero a proprio agio.
Lo sghembo e la stortura avevano un posto. La fame, l’irrequietezza e il vuoto potevano vivere senza giustificarsi. Ti nutrivi del buio e lui si nutriva di te. Era un patto che avevamo accettato per sopravvivere senza consumarci
fino all’alba ci dicevamo,
almeno fino all’arrivo della polizia.
Fatico a parlare di certi anni e fatico a spiegarlo a chi non l’ha vissuto. Ché quei posti non erano fuga ma anfratti ed era solo nascondendosi che certi corpi si sentivano finalmente nella proporzione giusta rispetto allo spazio che occupavano.
Era questa, alla fine, la cosa che fuori non riusciva mai.