ARTICOLO n. 53 / 2026
DI CHE COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI FESTIVAL?
Biografilm festival 2026, Bologna
Ha senso che una sceneggiatrice racconti un festival di cinema? Un festival nella sua città, un festival che, a ben pensarci, è nato esattamente quando lei ha cominciato a studiare cinema e che è più di un semplice festival: è un festival con un’idea e un concept ben precisi. Il Biografilm Festival. Il festival che racconta vite.
Ha senso che provi a raccontarlo io in quest’edizione?
Non sono sicura che abbia senso, ma ho detto subito di sì… con la leggerezza con cui dico di sì quando le cose ancora mi sembrano a metà strada tra realtà e percezione.
Conta solo il percepito… ripenso a questa frase che mi risuona nella testa. Non mi ricordo da dove mi arrivi, ma quasi rimbomba come una giustificazione, un modo per non sentirmi un’impostora mentre affronto l’impresa in cui mi sono imbarcata. Sto esagerando come al solito: non è un’impresa impossibile, ma ora, con un quaderno pieno di appunti e fogli volanti, due programmi massacrati di orecchie e sottolineature, mi sembra che sia davvero dura raccontare questo festival che è ancora in corso… perché a me le cose piacciono quando non sono ancora finite. Ma facciamo un passo indietro, al momento in cui questo festival non era ancora iniziato, quel momento strano prima che tutto inizi.
Conta soprattutto il percepito. Il Biografilm festival, per me, inizia il 4 giugno, non sarà un reportage, non preoccupatevi, ma delle date ci servono. Quindi inizia prima anche della prima proiezione, quando con un link guardo, per prepararmi a parlarne, il documentario su Marianne Faithfull, Broken English. Lì capisco che le cose non saranno semplici, che questo non sarà un festival in cui parteciperò, farò quello che devo fare, prenderò appunti e poi scriverò queste righe per raccontarlo… Sì, penso più o meno questo, ma sicuramente inizio a preoccuparmi, a cercare di non pensarci e a rimandare l’ansia che sale.
Questo non è un reportage, ma non è neanche un diario. Forse è un racconto.
«Mi serve ossigeno», dice Marianne Faithfull durante il film. Le serve davvero perché è malata, ma chi scrive sa che nulla è casuale o neutrale, e quindi manca l’aria anche a me mentre guardo la sua storia e mi segno la parola carapace, la sottolineo, la inserisco nel quaderno in cui scriverò questo pezzo; è un indizio, è un punto di partenza, mi servirà: CARAPACE.
Sono da sola, sotto le pale del ventilatore, seduta su una poltrona troppo piccola ma che mi piace, con il computer sulle gambe e la penna in mano. Marianne parla e guarda in camera, «Qual è la mia paura più grande? La paura di essere giudicata, è presente in molte delle mie canzoni… ma ora vi dico una cosa: lasciatevi andare e dimenticate questa paura, e non so cosa succederà ma penso che qualcosa ne verrà fuori». Respiro. Ecco, grazie Marianne.
Quasi il 5 giugno e sono pronta. Qualcosa verrà fuori, vado a ritirare l’accredito e già questo è un inizio. O forse no… il mio accredito non c’è. Eppure la ragazza con gli occhi vispi e un bellissimo sorriso mi dice che l’ha visto poco prima, ma forse qualcuno l’ha ritirato, l’ha preso per sbaglio, è scomparso. Prontamente me ne fa un altro e mi porge la bag. E un accredito creato sul momento…Non so come prendere questa cosa dell’accredito scomparso, la prendo come prendo tutte le cose che mi succedono: indizi di possibili storie…
Una cosa è certa: vorrei tantissimo incontrare la persona che porta al collo il mio nome, e ora guarderò gli accrediti di tutte con una morbosa curiosità per vedere se qualcuno indossa quell’accredito e quel nome meglio di me.
Il Biografilm ha un nome che mi ha sempre sedotta, un festival che parla di vite, di realtà, di storie, ma che dentro ha la parola stessa “Bio”. Non è un festival, è un “non luogo” — scusate, so quanto Marc Augé sia abusato — ma sembra davvero di essere su una frontiera, un arcipelago di connessioni in una città che ha bisogno di contraddizioni, che contiene quelle moltitudini che la rendono sporca e turistica insieme, e che finalmente si riempie di persone che, con un accredito al collo, la camminano per passare da una storia all’altra. Chissà chi, con il mio accredito… e molte più sicurezze, lei sta sicuramente scrivendo un pezzo serio, che segue un filo e che non ha tutte queste digressioni. Dove sei?
Sei giugno, incidentalmente anche il mio compleanno e soprattutto la prima vera giornata di festival, che ha delle novità rispetto alle precedenti edizioni. Quest’anno Caterina Mazzucato, che è l’anima di questo festival, che riesce a non dormire e autotrasportarsi da un luogo all’altro senza mai sembrare stanca o nervosa, che ha quella capacità di far sentire le persone nel posto giusto, di accoglierle, ma soprattutto che ha delle grandi idee, che è anche una scrittrice e per questo non teme le imprese folli, quelle che hanno a che fare con le parole, ha inventato i talks con The Italian Review. Una di quelle cose che solo chi crede al potere delle storie e della condivisione poteva creare.
In un piccolo cortile si parlerà, ci si confronterà e si troverà il modo di andare in profondità, perché il senso delle storie è il loro moltiplicarsi. Arrivo in anticipo, non voglio perdermi niente di quello che sta per succedere e poi magari vedo il mio doppio, in tutto il suo carisma.
Questo è il primo talk. Ci sono Elena Stancanelli, con i suoi anelli e la capacità di andare dentro le cose — mi segno una sua parola, “luccicanza” — c’è Angela Baraldi e quella voce rauca che io mi ricordo como una madeleine la prima volta che l’ho sentita e l’ho vista nello schermo del Lumière recitare e cantare. C’è Alessia Dulbecco, che non conoscevo, ma ora voglio leggere tutto quello che scrive, e c’è Elisa Teneggi, esile eppure fortissima e intelligente nel gestire questa conversazione su Marianne Faithfull. Ci sono i registi, che goffamente io provo a ringraziare per come sono stati in grado di creare questa biografia che è un film ma anche una poesia, e soprattutto è un inizio pazzesco di questo Biografilm che è già un tempo spezzato e rubato alla quotidianità. Non c’è chi indossa il mio accredito, e forse è già in qualche altro luogo a scrivere parole sensate.
Io non so cosa scriverò, mi godo questo tempo e mi sono anche dimenticata, mentre qualcuno che l’ha sentito dire a qualcun altro mi fa gli auguri, che è il mio compleanno… Siamo sulla terrazza del festival, ho quarantaquattro anni da poche ore e questo luogo mi sembra quanto di più lontano dalle terrazze romane dove tutti vogliono solo raccontare quello che fanno; qui mi sembra che si voglia solo parlare di quello che succede, delle storie degli altri, che tutto continui in un flusso che non si può spezzare. Sono stanca e già un po’ malinconica, ma sento che è solo l’inizio, vado a dormire e sogno di aver perso il carapace.
Sette giugno, non è più il mio compleanno ma c’è un altro talk. Io ancora ho in testa la giornata di ieri e sento che mi sto dimenticando cose importanti, ma lascio andare; ho scritto qualcosa ieri sera e qualcosa stamattina, è la disciplina di Marianne. Mi metto una camicia e l’accredito al collo, quello “raffazzonato” e senza foto, quella della me meno sofisticata, immagino… Vado nel cortile di ieri. Oggi si parlerà della rivista, quell’utopia cartacea che raccoglie articoli creati intorno ai film di I Wonder, raccoglie ricordi, zibaldoni, intuizioni… l’altra follia meravigliosa. Giacomo Giossi, con grande capacità di creare provocazione ma soprattutto scambio intellettuale, crea una tavola rotonda e con acume si destreggia e fa le domande giuste, quelle che aprono discussioni ma fanno anche venire voglia di andare a scoprire gli autori che stanno chiacchierando. Alice Valeria Olivieri, Edoardo Vitale e Roberto Pisoni mi danno la possibilità di riflettere sul perché sia così importante il punto di vista… Ecco, quella voce ha ragione: conta sempre il percepito, ma conta soprattutto quello che non hai visto e che qualcuno ti fa vedere. Caterina racconta l’avventura di I Wonder e The Italian Review e i suoi occhi luccicano; capisco che lei quella luccicanza di cui ieri parlava Elena Stancanelli ce l’ha, e capisco forse cos’è… Forse è quel saper connettere le persone e creare i luoghi in cui le cose accadono, ma senza sforzo, come se fosse normale far nascere incendi. Sì, lei ce l’ha.
Otto giugno, oggi sono emozionata perché sto per fare un viaggio nel tempo. Oggi è la giornata del Fiction Factory Showcase. Io tre anni fa ho partecipato con un mio progetto e un pitch che ho odiato e al tempo stesso amato fare, però forse “una cosa divertente che non farei mai più”. Sono cambiata, è cambiata la storia che stavo raccontando, ma quell’esperienza è tra quelle che hanno cambiato alcune cose per sempre… Ma ricordiamoci che questo NON è assolutamente un diario, e quindi vado, serena perché non devo parlare ma allo stesso tempo con sulla pelle e nella memoria quei momenti. Arrivo in Sala Borsa, un luogo che è un po’ magico, di passaggio e di vita, ma che oggi è pieno di accrediti di tanti colori. Chissà se c’è il mio doppio.
Individuo subito le prime file, quelle dove si sono seduti in trepidante attesa i partecipanti che avranno sette minuti per raccontare la storia più importante per loro, almeno per oggi, almeno per quei sette lunghi minuti. Sono stati selezionati e ora sono qui; c’è Elena Tommasi con loro, e con l’umanità e il carisma che emana li aiuta a sentirsi a loro agio… Io cerco il mio doppio temendo che abbia preso un posto migliore del mio… non c’è…
Capisco con lucidità che questo non è solo un festival ma è un’occasione, e le occasioni sono rare, sono magiche, sono qualcosa che accompagnerà le prossime giornate di Biografilm che saranno tutte legate dal filo rosso dei pitch e delle storie che devono ancora nascere ma sono già lì. C’è questa sinergia tra persone che scrivono le loro idee e che cercano interlocutori in un mondo in cui non ci si guarda in faccia, ma che qui s’incontrano, parlano, hanno la possibilità di uscire da quel carapace e intrecciare relazioni, trovare sponde… Tavolini e sedie, e persone che prima parlano in pubblico e poi avranno la possibilità di prendersi un tempo; e quest’occasione è un’oasi, forse è quello che dà un senso a quelle ore di solitudine, di creazione, di farneticazioni nelle nostre teste, e allora capisco che forse un piccolo senso per cui sia una sceneggiatrice che ci è passata a raccontarlo, forse c’è.
Prendo posto e sono forse un po’ troppo agitata per essere una che non è coinvolta, ma poi capisco che siamo tutti testimoni coinvolti, che quelle facce che vedo per la prima volta diventeranno familiari nelle giornate che passano: mezzi sorrisi, sguardi di chi non si conosce ma un po’ si riconosce.
Siamo tutti portatori di storie e questo ci rende soli, insieme.
Le storie sono legate, senza volerlo, senza saperlo, da temi forti: famiglie, memoria, paure, scelte e persone che diventano personaggi. Si crea un tempo che in fondo fa sì che le storie parlino tra loro, che siano protagonisti ragazzi ansiosi, madri influencer, detective improbabili, bambine di seconda generazione o Antonio Gramsci; ascoltate tutte insieme diventano una grande e unica storia. E chi vince non importa, importa averla potuta raccontare ad alta voce, averle dato “vita”.
La giornata è quasi finita, ma il BIO TO B, la parte di festival dove comincia la rivoluzione di poter far ascoltare ad altri — a qualcuno che può produrle — quelle storie, continua bevendo insieme un bicchiere… Parlo con qualcuno, prendo un bicchiere di vino e mi siedo per terra a guardare e a prendere appunti. Faccio una cosa che non facevo da vent’anni, fumo una sigaretta, me la faccio offrire da Giulia Scomazzon che con Lisa Nur Sultan e Alessandro Garramone hanno dato vita a una giuria che è stata profonda, a tratti provocatoria ma sempre “riflettente”, che forse è una parola che ho inventato, ma in fondo non fumavo una sigaretta da vent’anni e fa un certo effetto.
Ho sforato sicuramente i caratteri, ma ho ancora due giornate da raccontare: il 9 e il 10 giugno. Due giornate che, come capita quando sei da qualche giorno in viaggio, sembrano eterne e velocissime allo stesso tempo; due giornate in cui ho ascoltato pitch e visto teaser, ho sentito quanto i documentari qui al Biografilm siano semplicemente film, trattati con la stessa forza e lo stesso rispetto, con la voglia di scoprire “storie vere ma inventate”, rivissute, storie di origini, di fini, di realtà complicate, di persone che hanno a cuore il racconto delle “vite che non sono solo la loro”.
C’è un format che mi ha colpito, che si chiama “Development room”, dove tre storie s’incontrano con tre mentori che le “pungolano”, le interrogano, le mettono in discussione e le fanno dialogare, le rendono vive. Non pitch ma dialogo, confronto, idee che chiamano in causa anche il pubblico che ascolta.
Ci sono anche i film al Biografilm, tanti e in tante sale. Io ne ho visti alcuni, che mi hanno profondamente colpito, ma è il resto che ho scelto di raccontare, quella peculiarità che si crea tra i professionisti che vengono qui con i pochi minuti delle loro storie, con età e formazioni diverse, esperienze di anni o di pochi mesi, che si mettono in gioco, che hanno la possibilità di trovare fondi, partner importanti, che siano produttori o realtà editoriali, che sono accompagnati e seguiti, che non sanno cosa succederà ma sanno che qui qualcosa succederà.
Non è solo un festival e non ci sono solo i film: ci sono le vite, c’è il mercato, c’è la competizione, ma ci sono gli incontri, e sono incontri veri. Nessuno va via senza niente, tutti portano con sé qualcosa, non tanto scambi di biglietti da visita ma scambi che restano e portano avanti i film, magari li trasformano ma non li lasciano fermi ai blocchi di partenza.
Ecco, questo mi è sembrato il fulcro del mio viaggio, tra bicchieri di vino bevuti a metà, compleanni scansati, sigarette che sono ricordi, caffè, parole, facce stanche ma con sguardi luminosi, accrediti “spariti”: il fulcro è che qui al Biografilm le storie prendono una vita loro.
E mentre scrivo, sapere che ci sono altre proiezioni, altri momenti e che non è ancora finita, fa sentire meno nostalgia anche a me, che sono sicura di aver dimenticato cose importanti da raccontare, ma conta solo il percepito. Il festival continua con film ed eventi fino al 15 giugno ma il mio racconto finisce qui. Con quella strana sensazione delle cose che rimangono addosso anche quando sono concluse.
Sto andando via e la ragazza del primo giorno, dell’ufficio accrediti, m’insegue: ha ritrovato il mio accredito, era su una poltrona del cinema, un po’ stropicciato.
Il festival è finito anche per l’altra me. Magari ci incontreremo l’anno prossimo. In un festival che “celebra” le vite forse è possibile anche averne due a disposizione.