ARTICOLO n. 100 / 2026
UNA STRADA SENZA FINE
In collaborazione con I Wonder Pictures pubblichiamo una lettura di It Ends, di Alexander Ullom, al cinema dal 28 ottobre. Trova la tua sala qui.
In apparenza, It Ends è un film molto, molto semplice. A tratti, persino banale. Ma non appena si va sotto la superficie assume significati eccezionali.
Non è un horror. Cioè, sì: per certi versi, lo è. Per certi versi, ha quello che serve per esser definito tale. Ma, sottile, non spaventa: mette addosso solo una forte inquietudine che non esplode mai, un’ansia di cui si ha la sensazione di conoscere le fattezze e che, però, non si è capaci di nominare. E credo siano questa inquietudine e quest’ansia senza volto gli aspetti che, più di ogni altro, lo avvicinano al genere. Ma It Ends va oltre.
James, Day, Fisher e Tyler sono amici da tanto tempo e da tanto tempo non si vedono. Hanno trascorso gli anni universitari a distanza; non tutti, però ciascuno è stato piuttosto impegnato a costruirsi. E una notte si ritrovano nella stessa macchina per quello che dovrebbe essere un viaggio breve, facile. Così all’inizio ridono, chiacchierano, scherzano: sono felici di rincontrarsi, e hanno molto da recuperare. Dopo poco, per accorciare il percorso, prendono una via, tutta immersa nei boschi e desolata, che dovrebbe essere una scorciatoia. Ma, ben presto, si rendono conto di esserci rimasti bloccati dentro. Non c’è nessun bivio o stradina alternativa e ai lati solo una distesa di alberi. A bordo del loro Cherokee, per quanto impossibile, folle, devono presto arrendersi all’idea che la strada non ha fine. E tutte le volte che fermano l’auto, dopo novanta secondi precisi, dal bosco emergono, correndo verso di loro, figure urlanti. Implorano, strepitando e assalendoli: aiuto. Per cui i quattro non possono fermarsi. Senza riuscire a realizzare cosa stia accadendo, dove si trovino o perché ci si trovino, non possono far altro che continuare. Andare avanti, procedere ancora, ancora e ancora. Non hanno mai fame o sonno, non sentono alcun bisogno, desiderio. Vorrebbero solo uscire da quella strada.
Sono morti? Sono all’inferno, forse al purgatorio? E cosa dovrebbero fare, guidare per sempre? La strada su cui si trovano davvero non ha una fine?
Il film è l’esordio alla regia di Alexander Ullom. Giovanissimo, classe 1998: credo l’età sia significativa per due ragioni. La prima: Ullom sorprende, e non poco, per la sua maturità stilistica ed emotiva. It Ends è minimalista, ma mai povero, l’azione è molto ben bilanciata con i dialoghi e ogni personaggio si distingue senza sforzarsi. La seconda: Ullom, tenendosi sempre distante dal didascalismo, sa raccontare meravigliosamente e spaventosamente la propria generazione: la Z. E non è il primo a farlo. Anzi, negli ultimi mesi si è parlato tanto di due americani che l’hanno messa al centro dei loro film. Di Curry Barker, classe ‘99, e Kane Parsons, 2005. Registi rispettivamente di Obsession e di Backrooms. Ognuno a modo proprio, sono riusciti a cogliere lo spirito del tempo in cui viviamo, proponendocelo attraverso il loro sguardo.
Lo sguardo proprio di una Generazione.
Con questo non intendo dire che raccontano storie che i Gen Z li hanno per protagonisti; pure se per quel che riguarda Obsession e It Ends si potrebbe anche dire sia così. Ma che al centro hanno le nevrosi, le paure, le inquietudini e le ansie, i codici dentro cui questa generazione sta crescendo.
In Obsession viene assai ben raccontato il nodo relazionale, di coppia. In Backrooms l’idea d’essere incastrati in un luogo di incubi contemporanei.
E tornerei all’inquietudine di cui si parlava all’inizio.
I quattro di It Ends si ritrovano a dover attraversare una strada sempre e comunque uguale a sé stessa. Un viaggio che non ha meta e che non possono neanche godersi: non appena si fermano, vengono aggrediti da orde di umani-nonumani. Il tempo in cui abitano non ha direzioni; rispecchiamento della via che percorrono. Una sorta di presente continuo: il futuro non esiste. O almeno non per come lo intendiamo noi. Non come qualcosa verso cui ci muoviamo, luogo di conseguenze e aspirazioni, paure e speranze. La progettualità, quello che potremmo o vorremmo diventare, cancellata del tutto. Esiste solo l’azione fine a sé stessa, l’intrattenimento momentaneo. Un’azione che è tutta ripiegata sulla fuga: i nonumani dettano i movimenti: la paura detta il movimento.
Ecco.
Attraversare la vita senza riuscire a trovarci un senso. Anzi, no: senza esser capaci di crearlo, inventarlo, scriverlo. Ma comunque andare, perché in fondo non si può far altro, e senza mai riuscire a godere del viaggio, tanti sono i pericoli. Una metafora lucida del nostro tempo, e di com’è visto con gli occhi di chi ci si sta affacciando ora.
Fino a non molto tempo fa, difatti, la crisi era un passaggio. Momento trasformativo, nel bene o nel male, da cui poi si veniva fuori. Era una fase, sì: qualcosa di temporaneo. Per cui a un certo punto, guidando sulla nostra strada dritta e piena di pericoli nascosti, un bivio, una deviazione, un’altra via siamo sempre stati capaci di trovarla. Ebbene, per la Gen Z non è così. La crisi è per loro permanente; è stato usato il termine permacrisi: trovo sia azzeccato. Sono cresciuti, i Gen Z, con un numero infinito di crisi a succedersi; economica e politica e geopolitica e lavorativa e ambientale. Tanto da essere diventata, la crisi, la nuova norma. E in un contesto simile, l’idea di futuro cade.
Ciò che colpisce, una sorta di ultima certezza sul significato profondo, è come reagiscono alla situazione i quattro del film.
All’inizio tentano in tutti i modi di uscire, ragionano per comprendere la natura della strada. Cercano di scappare, di parlare con i nonumani. Niente, però, sembra funzionare. È tutto inutile. È tutto più grande di loro. Così, dopo un po’, si arrendono. E semplicemente trascorrono il tempo; creano meme sui cellulari, fanno balletti, urlano per sfogarsi: a orari prestabiliti, in cerchio.
Perché, in fondo, cosa resta di noi quando il futuro non svanisce?
Resta una strada infinita. Sempre e solo uguale a sé stessa.