ARTICOLO n. 1 / 2026
Di Ugo Cornia
IL COMPUTER
È sempre incredibile quella situazione per cui un bel momento una cosa che non c’è, e che nessuno si aspettava, diventa di colpo una cosa che c’è. E poi dopo un po’ magari diventa addirittura la cosa più normale del mondo. E tra l’altro spesso uno a volte è certo che entro dodici anni ci sarà per esempio la cosa x e che invece per avere la cosa y bisognerà aspettare cent’anni, e invece magari va tutto al contrario.
A questo riguardo vorrei dire che con Carlo Paternò tutti i giorni, negli anni del liceo, mentre di mattina andavamo a scuola a piedi insieme, e dovevamo fare quasi un chilometro all’andata e un altro al ritorno, e camminando fantasticavamo di varie cose, per esempio se un giorno, finalmente, non ci sarebbe più stata la Democrazia Cristiana, cosa che sembrava proprio impossibile, un mondo in arrivo che non avesse dentro di sé né Andreotti né Fanfani, e ci dicevamo chissà se nel duemila e cento la DC non esisterà più, e nessuno poteva immaginarsi quello che è poi successo. Allo stesso modo in queste camminate verso scuola fantasticavamo anche di quando ognuno per esempio avrebbe potuto avere a disposizione a casa sua dei giochini elettronici da bar come lo Space Invaders e uno diceva: Ce li avranno i nostri figli? Ma no, è troppo presto, forse ce li avranno i nostri nipoti, ce li avranno nel duemilacinquanta, quando noi saremo vecchissimi, e l’altro diceva: Ma no, di sicuro noi moriamo prima di vederlo questo tempo, i giochini elettronici in casa ce li avranno nel duemila e cento; ce li avranno i nostri trisnipoti.
E di tutto quello che fantasticavamo queste due previsioni devono essere state quelle che si sono rivelate più sbagliate perché in circa dieci anni o poco più la DC non c’era più, e più o meno nello stesso tempo invece i giochini elettronici hanno iniziato ad arrivare nelle nostre case. Se questi discorsi li facevamo per esempio nell’82, quando avevamo sedici o diciassette anni, già nel ’92 mio padre ci aveva comprato un computer a me e mia sorella allo scopo che imparassimo in fretta a usarlo e che ci scrivessimo dentro la tesi, e io e Carlo Paternò, che avevamo sprecato tante serate della nostra povera vita fino alle due di notte al Bar del Viale a giocare al Super Mario Bros, quel giochino di quell’idraulico con i baffi e con l’amico Luigi, anche lui idraulico, che dovevano tirar su di qua e di là delle monete che gli allungavano la vita, ma adesso non mi ricordo più com’era la logica del gioco perché poi io un bel momento sono riuscito a smettere, e sono riuscito a smettere completamente, a partire da un preciso momento non ho più fatto neanche una partita, e io avevo smesso perché sia io che Carlo, che veniva a scrivere la sua tesi nel mio computer, non avendo lui ancora un computer, avevamo ritardato e più o meno perso una sessione esatta di tesi, laureandosi lui in aprile invece che a gennaio, e io a luglio invece che ad aprile, perché ci eravamo tutti e due infognati a giocare a questo giochino che si chiamava Glifa (o Glipha, non mi ricordo più come si scriveva), che era questa donna volante su una specie di ippogrifo che doveva combattere contro delle specie di diavoli alati e altri mostri volanti, e la cosa più divertente era che io magari a metà pomeriggio arrivavo a casa da Bologna, che ero andato all’Università, e entravo in casa e la mamma mi veniva incontro e mi diceva a bassissima voce: Guarda che in camera tua c’è Carlo, che è venuto due ore fa a scrivere un pezzo della sua tesi sul computer, allora io, anch’io a bassissima voce, dicevo: Ok, vado subito a salutarlo, e mia madre parlava a bassissima voce per non disturbare Carlo che faceva la tesi, e anch’io parlavo a bassissima voce per non disturbare Carlo, come mia madre, anche se avevo dei dubbi che Carlo stesse facendo la tesi, infatti quando sei secondi dopo entravo all’improvviso in camera mia c’era Carlo che diventava un po’ rossino in faccia e scancherava in fretta sul computer per chiudere la schermata perché in realtà, come già mi immaginavo, in realtà non aveva battuto al computer la sua tesi ma si era piantato, approfittando della mia assenza, a farci Glifa sul computer.
Che tra l’altro mi ricordavo quando mio padre a pranzo qualche tempo prima aveva detto che ne aveva anche parlato in ufficio con tal dei tali (qualche suo collega di lavoro più giovane) ed erano arrivati alla conclusione che era proprio quello, presto dovevamo scrivere le nostre tesi, il momento giusto per comprare il computer. Bisognava soltanto capire che computer comprare in modo che fosse adeguato ai nostri bisogni.
Mi ricordo che fin dall’inizio di queste discussioni mia madre aveva detto che in verità non c’era veramente bisogno di un computer, che esistevano da sempre quei signori che li paghi e ti battono la tesi e in ogni caso avevamo già in casa una macchina da scrivere elettronica e un’altra macchina da scrivere meccanica. Mio padre allora diceva che il computer non è soltanto una macchina da scrivere. Mia madre chiedeva perché. Mio padre le diceva che è perché un computer è un computer, mentre una macchina da scrivere è una macchina da scrivere, se no la macchina da scrivere sarebbe stata un computer e il computer sarebbe stato una macchina da scrivere. Ma si capiva che mio padre non aveva mai usato un computer e non sapeva neanche cosa farci, se non che ci avremmo potuto scrivere le nostre tesi. Mio padre cercava di spiegarle che il computer era il futuro e opporsi al futuro è sempre stato da coglioni, mia madre diceva che non aveva la minima voglia di farsi distruggere il cervello da una macchina, che non l’avrebbe mai usato, ma le sarebbe dispiaciuto che noi ci facessimo distruggere il cervello sempre da quella stessa macchina diventando dei coglioni con il cervello distrutto. Erano discussioni e liti molto belle e di cui negli anni ho avuto sempre più nostalgia.
Ma alla fine aveva vinto mio padre per il semplice fatto che un bel giorno io e lui, su sua iniziativa, eravamo tornati a casa con un computer e la stampante, eravamo riusciti a installare il computer con molte bestemmie e varie telefonate, dopodiché una volta acceso il computer mio padre guardava dentro lo schermo, guardava la tastiera, riguardava lo schermo, riguardava la tastiera, e dopo la prima sera che il computer era in casa mio padre non aveva ancora ben capito che cosa ci poteva fare e perché fosse così utile o fantastico. Mia madre invece, già dal giorno dopo, mi aveva chiesto se potevo spiegarle come si usava la videoscrittura. Poi pochi giorni dopo mi aveva anche chiesto se sapevo cosa erano le cartelle e se potevo farle delle cartelle che aveva bisogno delle cartelle per archiviare dei documenti in modo ordinato. Mia madre nel computer aveva anche scoperto il Majong, una specie di dama cinese e quando tornavo a casa e andavo dal computer me la trovavo che giocava a Majong e mi chiedeva se poteva finire la partita o se avevo fretta. Mentre mio padre le altre due o tre volte che aveva provato a usare il computer, aveva più o meno detto computer dal caz per dieci minuti prima di rispegnere il computer dicendo va a cagher te e l’informatica.